Per quasi tutti gli ultimi 65 anni ho fatto parte di Harvard, da quel giorno del 1960 in cui salii i gradini della Thayer South per iniziare il mio primo anno, fino al periodo trascorso alla Harvard Medical School, sia come studente sia come professore. Ma mai, in tutto questo tempo, mi sono vergognato così profondamente dell’Università, né ho temuto così tanto per il suo futuro, come in questo momento.
Solo poche settimane fa, il preside della Harvard School of Public Health Andrea A. Baccarelli ha licenziato la professoressa Mary T. Bassett, classe ’74, medico e studiosa di sanità pubblica di fama internazionale e pluripremiata, dal suo ruolo di direttrice del François-Xavier Bagnoud Center for Health and Human Rights, un centro che l’amministrazione Trump aveva precedentemente preso di mira per presunto antisemitismo. La professoressa Bassett è ora la seconda donna di colore ad Harvard a perdere la sua posizione di leadership , la prima è stata l’ex presidente di Harvard Claudine Gay.
Quando il presidente Donald Trump ha iniziato il suo attacco contro Harvard e altre università americane, non era chiaro come avrebbe reagito Harvard. Alcuni membri dell’università forse credevano che ci fosse qualche speranza che i suoi attacchi alle pratiche DEI [Diversity, Equity, and Inclusion] avrebbero sortito l’effetto contrario. Dopotutto, provenivano da una persona palesemente razzista, che aveva definito il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin L. Bragg Jr., classe ’95, di colore, un “animale”, Haiti e i paesi africani “paesi di merda” e molti migranti messicani “spacciatori” e “stupratori”.
Altri potrebbero aver sperato che anche la crociata di Trump contro Harvard per il suo presunto antisemitismo fallisse, data la sua storia antisemita: ha ospitato Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto, nel suo resort Mar-a-Lago e ha detto che alcuni neonazisti che hanno marciato a Charlottesville cantando “Gli ebrei non ci sostituiranno” erano “persone molto perbene”.
Ma quelle speranze sono state deluse quando, ad aprile, l’amministrazione Trump ha inviato ad Harvard una seconda lista di richieste estreme, minacciando di tagliare i principali finanziamenti federali all’Università se tali richieste non fossero state soddisfatte.
Tre giorni dopo, il presidente di Harvard Alan M. Garber ’76 ha risposto – usando un linguaggio che avrebbe potuto essere quello di Thomas Jefferson – rifiutandosi di ottemperare e sottolineando la “convinzione dell’Università che la ricerca coraggiosa e senza restrizioni della verità liberi l’umanità”. La mossa è stata applaudita non solo ad Harvard, ma da molti in tutto il mondo. A differenza di altre università, Harvard ha avuto il coraggio di prendere posizione contro la tirannia e preservare la propria indipendenza e integrità.
Ma nella lettera di Garber c’era anche una rassicurazione al presidente Trump che Harvard aveva già combattuto l’antisemitismo all’interno dell’università e che aveva intenzione di “fare molto di più”.
Ora è chiaro cosa intendesse dire. Nonostante Gaza sia in rovina, con gli ospedali distrutti e più di 50.000 bambini palestinesi uccisi o feriti secondo l’UNICEF; nonostante ci sia un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Harvard ha, di fatto, silenziosamente eseguito gli ordini di Trump.
L’Università ha sospeso l’iniziativa “Religione, conflitto e pace” della Divinity School, ha licenziato i docenti responsabili del Centro studi sul Medio Oriente della Graduate School of Arts and Sciences e ha sospeso la collaborazione di ricerca tra il Centro FXB e l’Università di Birzeit [in Palestina, Cisgiordania]. E ora ha rimosso Bassett.
Il modello è chiaro. Tutti questi programmi e centri sono stati criticati per presunto antisemitismo nelle loro attività sulla Palestina. Quindi Harvard li ha sospesi o ha rimosso i loro leader, spesso con vaghi riferimenti a un cambiamento di orientamento. Queste azioni non solo sono vergognose, ma anche intellettualmente disoneste, difficilmente ciò che ci si aspetterebbe da Harvard. Sembrano accettare il ragionamento in malafede che confonde qualsiasi critica alla brutale campagna di Netanyahu o qualsiasi preoccupazione per il popolo palestinese con l’antisemitismo.
C’è un’altra questione che mi riempie di vergogna. Mentre i finanziamenti federali di Harvard erano a rischio, più di 100 dipendenti di diverse facoltà e centri affiliati sono stati licenziati per motivi di bilancio. E Harvard ha permesso che diversi progetti di ricerca fondamentali venissero chiusi, invece di sostenerli affinché potessero continuare. Questo nonostante abbia registrato una crescita di quasi 4 miliardi di dollari nel suo fondo di dotazione, che ora include quasi 450 milioni di dollari investiti in un portafoglio Bitcoin, un investimento rischioso e insostenibile dal punto di vista ambientale, con le massicce emissioni di carbonio del mining di Bitcoin, gli alti livelli di inquinamento atmosferico e l’enorme fabbisogno di acqua per il raffreddamento.
Harvard potrà anche affermare che tutti questi fondi di dotazione sono stati già destinati, ma l’ex rettore dell’università Lawrence H. Summers ha sostenuto in aprile che, in caso di emergenza, ci sono modi in cui Harvard può utilizzare la sua dotazione, anche i fondi destinati a scopi specifici. Non è forse questa un’emergenza per Harvard?
In tutte queste decisioni, il ruolo della Harvard Corporation, formalmente il presidente e i membri del Harvard College, viene spesso trascurato. Harvard afferma di avere due “consigli di amministrazione”, ma il secondo, il Board of Overseers eletto dagli ex studenti, svolge principalmente un ruolo consultivo. Al contrario, la Corporation, che dirige le finanze e guida la strategia dell’Università, è autoselezionata e si autoalimenta.
Trovo difficile credere che le decisioni sopra discusse siano state prese senza la sua approvazione, se non addirittura dalla stessa Corporation. Le riunioni della Corporation sono quasi sempre a porte chiuse e le decisioni che prende non sono significativamente responsabili, come in altre società, nei confronti dei suoi stakeholder: il corpo docente, gli studenti o persino gli ex alunni di Harvard.
Queste recenti decisioni hanno portato disonore e vergogna all’Università e sollevano interrogativi sull’opportunità di mantenere la forma di governance della Harvard Corporation.
Eric S. Chivian, classe 1964, è stato Assistant Clinical Professor of Psychiatry alla Harvard Medical School. Nel 1985 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace in qualità di cofondatore dell’organizzazione International Physicians for the Prevention of Nuclear War (Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare).
“ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono:
1) in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale.
2) in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita;
3) in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero.
[…]
Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi”.
L’assalto dell’amministrazione Trump all’autonomia univertaria e alla libertà scientifica ha radici profonde, una di queste sta nelle iniziative portate avanti da anni dall’attivista di estrema destra Charlie Kirk assassinato il 10 settembre. Le iniziative di Kirk hano contribuito insieme a molti altri fattoria trasformare le scuole e le università in campi di battaglia (non solo in senso metaforico). In questo articolo del Guardian si ripercorrono alcune tappe dell’opera di Kirk. Tra queste merita attenzione la creazione nel 2016 di una Professor Watchlist, una lista nera di docenti universitari rei – a dire della stessa lista – di discriminare gli studenti conservatori e di propagandare idee di sinistra. La lista – ancora operativa – ha efficacemente funzionato come fomentatore di odio. Lo raccontano le testimonianze di alcuni professori finiti nella stessa lista.
La storia si ripete. L’Italia potrebbe ricordarsi, ad esempio, delle intimidazioni subite dai professori universitari invisi al fascismo. Penso, ad esempio, alle minacce di cui fu fatto oggetto, durante le sue lezioni universitarie, lo storico Gaetano Salvemini. Lo racconta in un bel libro Giorgio Boatti. Il libro si intitola “Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini“.
b) controllo politico dell’apparato scientifico e delle università cui corrisponde specularmente la riduzione (o l’azzeramento) dell’autonomia universitaria e della libertà di ricerca e insegnamento.
Sul fronte del controllo dell’apparato scientifico, che va dalle agenzie federali finanziatrici fino ai soggetti finanziati (incluse le università), l’amministrazione Trump procede a colpi di ordini esecutivi. L’idea, molto esplicita, è quella di mettere l’apparato scientifico al servizio degli obiettivi politici dell’amministrazione federale e in particolare del Presidente degli USA.
Il primo ordine esecutivo del Presidente USA datato 23.05.2025 si incentra sull’obbligo imposto alle agenzie federali americane di promuovere una scienza che risponda a uno “standard aureo” (Gold Standard Science) definito dal potere politico.
L’incipit – contenuto nella “Section 1” intitolata “Purpose” – è eloquente.
“Ogni dollaro delle tasse speso dal governo dovrebbe migliorare la vita degli americani o promuovere gli interessi americani. Spesso ciò non accade. Le sovvenzioni federali hanno finanziato spettacoli di drag queen in Ecuador, formato dottorandi in teoria critica della razza e sviluppato programmi di educazione sessuale transgender. Nel 2024, uno studio ha affermato che oltre un quarto dei nuovi finanziamenti della National Science Foundation (NSF) è stato destinato alla diversità, all’equità, all’inclusione e ad altre iniziative di estrema sinistra. Queste sovvenzioni della NSF includevano quelle destinate agli educatori che promuovevano il marxismo, la propaganda della lotta di classe e altre ideologie antiamericane nelle aule scolastiche, mascherate da indagini rigorose e ponderate.
Il danno causato da finanziamenti federali problematici non si limita alla diffusione di ideologie assurde. Un laboratorio non sicuro a Wuhan, in Cina, probabile fonte della pandemia di COVID-19, era impegnato in ricerche sul guadagno di funzione finanziate dai National Institutes of Health. La NSF ha stanziato milioni di dollari per sviluppare strumenti di censura dei social media basati sull’intelligenza artificiale, un attacco diretto alla libertà di parola. I finaziamenti alle ricerca pagati dai contribuenti sono stati destinati anche a organizzazioni non governative che fornivano servizi gratuiti agli immigrati illegali, aggravando la crisi al confine e compromettendo la nostra sicurezza, e a organizzazioni che hanno attivamente lavorato contro gli interessi americani all’estero“.
Ma la parte operativa è contenuta soprattutto nelle Section 3, 4 e 5.
In buona sostanza, le nuove regole implicano che tutta la ricerca scientifica federale deve essere approvata da un funzionario politico incaricato di sorvegliare l’allineamento con le priorità dell’agenzia finanziatrice e gli interessi nazionali.
Se il disegno politico di Trump non verrà contrastato, in breve tempo un altro pilastro della democrazia americana crollerà e la scienza a stelle strisce si avvierà verso un cupo e inesorabile declino come è successo in passato ad altra scienza di Stato.
MIPGA (Make Intellectual Property Great Again)… for America.
L’amministrazione Trump minaccia (impropriamente) Harvard di “espropriare” i brevetti frutto del finanziamento federale. Più precisamente, l’amministrazione federale sostiene di voler ricorrere al meccanismo giuridico denominato “march-in rights” previsto nel Bayh-Dole Act del 1980. Questa legge, che disciplina i brevetti frutto di ricerche finanziate con fondi federali, costituisce un pilastro delle politiche americane in materia di trasferimento tecnologico dal settore pubblico a quello privato.
Harvard deve fornire informazioni su come ha gestito i brevetti. Ha dato preferenza all’industria statunitense nella gestione dei brevetti? L’episodio è parte della strategia di Trump per radere al suolo l’autonomia universitaria e scientifica, ma ci ricorda altresì che il Bayh-Dole Act aveva dentro di sé i germi del sovranismo (oltre che del colonialismo).
Il meccanismo del “march-in rights” era stato concepito per tutelare l’interesse pubblico – ad esempio, la tutela della salute – a condividere la tecnologia protetta da proprietà intellettuale. Dal 1980, quando è entrato in vigore il Bayh-Dole Act, tale meccanismo non è mai stato utilizzato. Non è stato attivato nemmeno in momenti drammatici come la pandemia di COVID-19. Ora se ne minaccia l’uso (abusivo) per piegare l’autonomia universitaria.
La proprietà intellettuale è un’arma (per creare o rafforzare monopoli intellettuali). Un’arma nelle mani del colonialismo e del sovranismo.
Circa un mese fa l’amministrazione Trump ha colpito con sanzioni ad personam Francesca Albanese, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati da Israele dal 1967.
In questo post sul blog di LPE project un’accademica americana – Maryam Jamshidi, Associate Professor at the University of Colorado Law School – cerca di dare una risposta al perché le sanzioni arrivino solo a seguito dell’ultimo rapporto di Albanese “From economy of occupation to economy of genocide” e non prima (in particolare a seguito del precedente rapporto Anatomy of a Genocide).
Al di là delle ragioni (economiche e politiche) delle sanzioni americane, resta il fatto che l’episodio rappresenti l’ennesima dimostrazione della degenerazione dello Stato di diritto negli USA. Se l’amministrazione Trump contesta il fondamento del rapporto Albanese, potrebbe avviare un dialogo con l’ONU. Invece, sceglie una via brutale: l’attacco alla persona, prima dell’attacco all’istituzione che rappresenta.
A questo proposito, Maria Chiara Pievatolo, in un testodisponibile anche su ROARS, muove un’argomentata critica al peccato originale di COARA: la sovrapposizione di potere amministrativo e ricerca.
Di seguito le sue parole.
“L’origine dell’ Agreement on Reforming Research Assessment su cui si basa COARA ha poco a che vedere con Kant. È infatti esito di un’iniziativa che non nasce fra gli studiosi, bensì nella Commissione, con il sostegno del Consiglio dell’Unione Europea, quando la pandemia di Covid-19 mostrò anche ai più conservatori che una valutazione della ricerca basata sulla quantità di pubblicazioni e citazioni non garantisce, come tale, né accessibilità né qualità alla scienza.
Sebbene gli organi dell’Unione Europea abbiano fondato la loro iniziativa su numerosi studi, sia indipendenti sia su commissione, il loro intervento non ha preso di mira le infrastrutture, bensì la qualità della ricerca.
Per riconoscere la qualità di un’opera – ha ammesso l’Unione Europea – bisogna leggerla e comprenderla: per questo una valutazione che la prenda sul serio deve mettere in primo piano la revisione fra pari, compiuta dagli studiosi stessi, e usare la bibliometria in modo “responsabile”. E però il difetto della bibliometria – la pretesa di valutare la ricerca solo quantitativamente, senza leggerla e senza capirla – diventa una virtù, quando la valutazione, strappata alle comunità degli studiosi, è affidata ad agenzie governative centralizzate. La revisione fra pari – si dice – non può essere usata come arma di valutazione di massa perché non è scalabile. La bibliometria invece lo è, proprio perché esonera dalla lettura e dalla comprensione.
Come possiamo dunque sperare di eliminare o ridimensionare l’uso valutativo della bibliometria senza ridimensionare o eliminare le agenzie amministrative centralizzate – quali l’ANVUR italiana e l’ANECA spagnola – a cui il governo ha conferito il compito della valutazione di massa?”
La Francia sembra voler risolvere il problema, redimendosi dal peccato originale, cioè sopprimendo l’agenzia amministrativa. Occorrerà vigilare per comprendere se si tratta di trasformismo gattopardesco o di vero cambio di rotta.
D’altra parte, in Italia la scelta a favore del «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» è già evidente. Il disegno di legge – che rivede le norme per l’accesso, la valutazione e il reclutamento del personale ricercatore e docente universitario – prevede l’abolizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale e la sua sostituzione con una sorta di “autocertificazione quantitava” direttamente gestita dall’ANVUR.
Se l’Unione Europea non vuole continuare ad eludere il problema di fondo, dovrà porsi più seriamente la questione dell’autonomia accademica e della libertà scientifica, a meno che non voglia seguire il nuovo modello americano in base al quale si decide per decreto qual è la migliore scienza.
In un recente post del LPE Project la giurista Salomé Viljoen della University of Michigan Law School offre l’ennesima prova di come i governi autoritari si basino sul controllo dei dati. Com’è noto, nell’era digitale la sorveglianza di massa è resa più facile dal potere di controllo accentrato dei dati insito in determinati sistemi come i social network di proprietà delle Big Tech.
La vicenda narrata da Viljoen suscita interesse perché evidenzia come il vero scopo del Department of Government Efficiency (DOGE) voluto da Trump 2.0 e affidato a Musk non sia tanto l’efficientamento della macchina amministrativa e il risparmio della spesa pubblica, quanto un nuovo governo federale dei dati basato su un’architettura tecnologica accentrata al servizio della sorveglianza di massa. Una sorveglianza strumentale alle politiche trumpiane come il contrasto all’immigrazione e alla tutela dei diritti LGBT.
Nel tradizionale governo federale dei dati sussistono – almeno sulla carta e al netto di tutto quello che sappiamo sulle pratiche delle varie agenzie americane di spionaggio – ancora alcuni argini a difesa delle libertà fondamentali dei cittadini e in particolare a difesa della privacy. Invece, nel DOGE il ruolo dell’amministrazione pubblica recede a favore del potere delle Big Tech della Sylicon Valley.
Scrive in proposito Viljoen:
“Eliminando i team [di dipendenti federali] che creano e condividono preziose forme di raccolta dati federali, DOGE sta aprendo la strada alle alternative private a scopo di lucro (un sogno a lungo coltivato per il National Weather Service), mentre ostacola la capacità pubblica di misurare e comprendere la società americana (ad esempio, tracciare la mortalità materna nell’America post-Dobbs [la sentenza della Corte Suprema federale che ha limitato il diritto all’aborto]). Questi attacchi al sistema di governo dei dati federali si associano a un più ampio attacco alla creazione e alla diffusione della conoscenza per il bene pubblico, incarnati nel recente tentativo di cancellare le sovvenzioni per i servizi bibliotecari e nello smantellamento del sistema federale di supporto alla ricerca scientifica di base”.
Quanto rilevato dalla giurista della University of Michigan Law School trova conferma nel fatto che le recenti azioni contro migliaia di studenti stranieri ospitati dalle università americane sono partite proprio dalla decisione improvvisa e priva di qualsiasi garanzia procedurale di mutare lo status degli stessi studenti all’interno della banca dati (Student and Exchange Visitor Information System) che registra le informazioni personali.
Con un messaggio rivolto alla comunità accademica di Harvard, Alan M. Garber, il presidente della celebre università americana, ha comunicato che Harvard respinge una serie di richieste dell’amministrazione Trump. Le richieste se non accolte comportano la revoca del finanziamento federale all’istituzione accademica.
L’amministrazione del governo federale utilizza il pretesto dell’antisemitismo per comprimere l’autonomia e libertà accademica dell’università. In altre parole, l’amministrazione Trump rimprovera ad Harvard di impegnarsi poco nel contrasto all’antisemitismo. A questo scopo, avanza una serie di richieste che includono, tra le tante, il modo in cui l’università deve controllare le opinioni degli studenti, dei docenti e del personale amministrativo.
Il presidente ha respinto al mittente le richieste sostenendo che:
le prescrizioni dell’amministrazione federale travalicano il potere del governo federale. Esse inoltre violano i diritti di libertà riconosciuti dal Primo Emendamento della Cosituzione americana e oltrepassa i limiti che la legge pone al potere govenativo. Le prescrizioni infine minacciano i valori dell’istituzione accademica privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza.
Egli inoltre sottolinea che:
nessun governo, indipendentemente dal partito al potere, dovrebbe stabilire ciò che le università private possono insegnare, chi possono ammettere e assumere, e quali aree di studio e di indagine possono perseguire.
District Court, D. Massachusetts, PRESIDENT AND FELLOWS OF HARVARD COLLEGE, Plaintiff, v. UNITED STATES DEPARTMENT OF HOMELAND SECURITY, Order, 23.05.2025
“Così muore la libertà. Tra scroscianti applausi in nome di una società più salda e sicura”
La disciplina del riconoscimento emozionale nell’AI Act dell’Unione Europea segnala un pericoloso ribaltamento del principio di precauzione. Nonostante la premessa contenuta nel considerando 44 – “sussistono serie preoccupazioni in merito alla base scientifica dei sistemi di IA volti a identificare o inferire emozioni” -, il riconosciemento emozionale è vietato solo in fattispecie molto delimitate. Tale scelta politica costituisce una delle tante spie del progressivo indeblimento, anche nell’Unione Eurpea, dei pilastri di una società democratica.
Otto giuristi del Law & Political Economy project scrivono sull’attacco dell’amministrazione Trump alle università americane. Vengono analizzati i dettagli giuridici degli ordini esecutivi che riguardano:
a) il taglio dei finanziamenti federali;
b) gli studenti transgender;
c) gli studenti che non sono cittadini statunitensi;
d) le politiche contro la disuguaglianza (diversità, equità, inclusione);
e) i manifestanti pro-Palestina.
Una delle domande di partenza dell’analisi è la seguente: perché – a parte poche eccezioni – le grandi e ricche università statunitensi si mostrano incapaci di resistere e anzi sono pronte a farsi addomesticare? La risposta è che decenni di politiche di destra – neoliberali – hanno asservito le università agli interessi di potentati economici e antidemocratici. Viene rievocato il giuramento di fedeltà al fascismo imposto ai professori universitari italiani nel 1931.
Lavorare sui dettagli giuridici della vicenda costituisce una necessaria premessa per organizzare una resistenza che si appresta a durare anni.
IX convegno annuale dell’AISA, Scuola Normale Superiore, Pisa, 7-8 novembre 2024
Il IX convegno annuale dell’AISA, organizzato con la Scuola Normale Superiore, si svolgerà a Pisa il 7 e l’8 novembre 2024 e sarà dedicato a Il valore della ricerca: scienza aperta fra pubblicità e pubblicazione / The value of research: open science between publicness and publication e sarà introdotto, la mattina del 7 novembre, da una tavola rotonda dedicata allo stato della scienza aperta in Italia.
S. Faro, G. Peruginelli & D. De Angelis (2024). Conservazione dei diritti dell’autore e diritto di pubblicazione secondaria in ambito scientifico. Cnr Edizioni. https://doi.org/10.32091/VolRight2Pub2024, 31.10.2024